Gutta cavat lapidem Dal Liceo Anco Marzio al Club Alpino Italiano – Sezione di Roma e al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
La goccia scava la pietra.
Non con la forza.
Con la costanza.
Così il tempo modifica il mondo.
E così questo progetto ha inciso nelle ragazze e nei ragazzi:
passo dopo passo,
sguardo dopo sguardo,
giorno dopo giorno.
Per quattro giorni, trentasette studentesse e studenti del Liceo Anco Marzio hanno abitato il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
Non come visitatori.
Non come turisti.
Ma come esploratori consapevoli.
Non una semplice esperienza nella natura,
ma un attraversamento.
Del territorio.
E di sé.
Prima conoscere.
Poi capire.
Poi apprezzare.
Arrivare ad amare.
E solo alla fine, quando l’amore è vigile e responsabile, decidere come proteggere.
Decidere come integrare la natura con uno sviluppo sostenibile, non predatorio, ma giusto.
Il Parco si è offerto come maestro silenzioso.
Il fiume Sangro, con il suo salto geologico, ha raccontato il tempo lungo della Terra.
Barrea, paese delle fontanelle, ha parlato di acqua come origine di vita e di comunità.
Le sorgenti della Val Fondillo hanno mostrato l’equilibrio fragile tra la presenza umana e ciò che la precede.
I sentieri verso la Cicerana, il Passo del Diavolo, il Bosco della Difesa, l’arte nel Parco hanno insegnato che la natura non è uno sfondo, ma un interlocutore.
Camminando, la classe è diventata comunità.
Una comunità che rallenta, che aspetta, che si prende cura.
C’è chi apre la strada.
Flavio S., aprifila coraggioso, ha camminato davanti non per arrivare primo, ma per assumersi la responsabilità degli altri.
C’è chi custodisce il cammino.
Sara D., chiudifila attenta, ha vegliato da dietro, ricordando che nessuno deve essere lasciato indietro.
Ed è qui che la montagna ha insegnato una verità semplice e profonda:
la montagna non conosce gerarchie inutili, ma relazioni.
Così, senza gerarchie, in ordine alfabetico, ciascuna e ciascuno ha portato ciò che è stato.
Alessia P., forza silenziosa, presenza che sostiene senza imporsi.
Alice C., cura nei piccoli gesti, dove nasce la vera comunità.
Alice V., sensibilità pratica e spirito collaborativo.
Anthea P., energia vitale e intraprendenza.
Aurora F., sguardo storico, capace di dare profondità ai luoghi e al tempo.
Azzurra M., immaginazione aperta e curiosità luminosa.
Carlotta C., entusiasmo partecipe e desiderio di conoscere.
Chiara M., osservazione lucida ed equilibrio.
Elena C., attenzione sensibile all’ambiente e ai legami.
Elena M., ascolto profondo e sguardo riflessivo.
Elena M., precisione linguistica, custode dei nomi e delle storie.
Elisa P., partecipazione costante e cura delle relazioni.
Elisa T., iniziativa e dinamismo.
Emma T., determinazione gentile.
Flavia M., profondità di pensiero e silenzio fertile.
Francesco S., sapere solido condiviso con generosità.
Giacomo F., osservatore lucido e risolutore creativo.
Ginevra M., passo leggero e capacità di adattamento.
Giulia C., entusiasmo discreto.
Giulia F., attenzione premurosa verso il gruppo.
Greta G., sorriso costante, luce serena sul cammino.
Lorenzo N., visione storica ampia del territorio.
Lucia P., sensibilità profonda e rispetto naturale.
Ludovica P., ascolto empatico e capacità di unire.
Margherita P., rinforzo positivo continuo, filo che tiene insieme.
Martina D., concretezza e affidabilità.
Matilde G., intelligenza critica e confronto leale.
Matteo F., leadership positiva e inclusiva.
Rebecca R., riflessione attenta e pensiero misurato.
Rachele M., sguardo delicato sull’essenziale.
Salvatore C., coraggio silenzioso: restare anche quando è difficile.
Sara F., partecipazione generosa e spirito collaborativo.
Sofia M., entusiasmo esplorativo.
Sofia S., prontezza intuitiva.
Veronica M., equilibrio discreto e affidabilità.
Poi c’è stato l’incontro, quello che non si dimentica.
Non con l’orso, ma con chi l’orso lo conosce davvero.
Il tecnico faunistico ha parlato piano, come si fa nei luoghi dove il silenzio è rispetto.
Ha spiegato che il letargo non è sonno, ma sopravvivenza; che ogni risveglio forzato consuma energie preziose, che per un orso possono significare non arrivare alla primavera.
Ha indicato tracce e corridoi invisibili, versanti attraversati senza essere visti. Ha mostrato come uno sci che incide la neve, un rumore fuori tempo, possano svegliare l’orso.
Non per aggressività. Per istinto.
In quel momento la montagna è diventata chiara.
Lo sci alpinismo, quando ignora il limite, rompe un ritmo antico, consuma energie che per l’animale sono vita.
Non per cattiveria, ma per inconsapevolezza.
La montagna non va conquistata.
Va ascoltata.
Il volontariato e il servizio civile hanno mostrato che la tutela è una scelta quotidiana.
La pastorizia, i tratturi, i cani da conduzione e da guardiania hanno raccontato un sapere antico e vivo.
L’incontro con Pietro, il pastore, ha dato volto a questo sapere: il tempo che segue le stagioni, i pastori che partivano, le donne che restavano a custodire comunità e memoria.
Alla fine, una consapevolezza resta:
non siamo proprietari del territorio,
siamo custodi temporanei.
E loro lo hanno capito vivendo.
Non ascoltando una lezione.
Conoscendo se stessi, l’altro
e la natura come se stessi
e come l’altro-da-sé.
Per questo, noi, come Scuola – Liceo Anco Marzio, desideriamo ringraziare
il Club Alpino Italiano – Sezione di Roma, per l’accompagnamento competente, appassionato e rispettoso;
il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, maestro silenzioso e autorevole;
i docenti e gli accompagnatori, custodi di un’esperienza che lascia tracce.
Queste ragazze e questi ragazzi sono semi di futuro.
E chi impara a immaginare il mondo con questa cura,
ha già cominciato a costruirlo.
In un mondo in cui il denaro è spesso considerato l’obiettivo finale, ci sono ancora persone che ci ricordano che la vera ricchezza non si misura con ciò che possediamo, ma da ciò che doniamo, dal bene che facciamo e dalla luce che lasciamo dietro di noi.
È questo il mio augurio per voi ragazze e ragazzi.
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La Referente del progetto
Verginia Bernardini










