Chi immagina il futuro crea il mondo
Ci sono sogni che restano tali.
E poi ci sono sogni che diventano veri perché qualcuno, prima ancora di vederli realizzati, ci crede.
Questo progetto nasce così: dall’idea che il futuro non si aspetta, si accompagna. Che il mondo non si subisce, si educa. Che i ragazzi non si giudicano da lontano, ma si cammina accanto a loro, soprattutto quando la strada è ripida, fredda, difficile.
Vedere 115 studenti partire insieme significa vedere una scuola intera mettersi in cammino. Non singoli, non classi, ma un organismo unico, un grande gruppo che respira, cade, si rialza, prova. E accanto a loro, dodici professori: non spettatori, non controllori da rifugio o da albergo, ma guide, modelli, compagni di pista. Uomini e donne che hanno scelto di sciare con loro, di stare con loro, di condividere fatica, freddo, paura, coraggio.
Avrei potuto chiedere ai docenti di vigilare da lontano.
Avrei potuto dire ad alcuni studenti di restare a casa, a quelli che avevano aderito per scherzo, a quelli che forse cercavano solo una fuga dalle regole.
Non l’ho fatto.
Li abbiamo voluti.
Li abbiamo protetti.
Li abbiamo presi sul serio.
Perché proprio loro, più di altri, avevano bisogno di scoprire che a -10, -20, -25 gradi, sulle piste all’ombra, c’era qualcosa di nuovo anche per loro. Che esiste un “oltre”: oltre il virtuale, oltre il cellulare, oltre le sigarette, oltre le sostanze, oltre la maschera. Oltre le paure.
E sono proprio quelli che partivano da zero, quelli che cadevano e riprovavano, quelli che avevano più dubbi e meno certezze, ad averci regalato la speranza più grande. Perché si sono messi in gioco. Perché hanno provato. Perché tutti, nessuno escluso, hanno sciato almeno una volta. Tutti hanno affrontato qualcosa che li spaventava.
E quando sbagliavano – nel parlare, nel comportarsi, nel rispettare le regole – non c’era un sistema pronto a escludere, ma un gruppo di dodici adulti sognatori pronti a fermarsi, ascoltare, correggere, far riflettere, dare un’altra possibilità. A vigilare giorno e notte. Sulle piste, nelle camere, in mensa, sui pullman. A fare nottata per evitare che il caos diventasse smarrimento. A controllare, proteggere, difendere i ragazzi anche da loro stessi.
C’era sempre qualcuno a indicare la strada:
per chi era insicuro,
per chi era solo,
per chi provocava,
per chi era sempre fuori dalle regole.
Ed è soprattutto per loro che questo progetto esiste.
Perché siamo tutti sulla stessa terra e dobbiamo imparare a viverci insieme, con rispetto e passione.
Mi dispiace per chi ha sciato una volta di meno.
Per chi ha osato una volta di meno.
Per chi ha rinunciato una volta di più.
Ma so che c’erano dodici “alfieri” sempre presenti: con il soccorso, con il termometro, con le parole giuste, con la fermezza, con la condivisione, con la gioia negli occhi. E vedere 115 ragazzi che, in un modo o nell’altro, ci provavano, è qualcosa che resta.
Per questo esprimo la mia più profonda gratitudine a chi ha trasformato questo sogno in realtà. A chi ogni giorno si interroga su come aiutare, come correggere, come offrire opportunità. A chi interviene quando serve: nel viaggio, nelle camere, sulle piste, di giorno e di notte. A chi ascolta, consola, motiva.
I giovani hanno bisogno di adulti che ci credono davvero, che si sporcano le mani, che non arretrano davanti alla complessità.
E i professori hanno bisogno di qualcuno che dia loro fiducia. Perché quando accade, sanno fare miracoli.
Servono scuole guidate in modo autorevole e responsabile.
Servono adulti capaci di assumersi il rischio.
Serve il coraggio di mandare 115 studenti sulla neve con 12 professori sognatori.
Perché chi immagina il futuro…
non lo descrive.
Lo crea.
E questa volta, insieme, abbiamo creato un mondo.
Grazie
Prof.ssa Verginia Bernardini
