20 Febbraio 2026 monte Pellecchia CAI ROMA e Liceo Anco Marzio
LA MONTAGNA - MAESTRA DI VITA
All’inizio il Monte Pellecchia sembrava quasi sorriderci. Il sole filtrava tra le fronde, l’aria era tiepida, leggera, ingannevole. Una mattina così tranquilla che molti, con un gesto istintivo, avrebbero lasciato volentieri l’ombrello nel pullman. Il sentiero correva tra alberi, cespugli, radici e ciottoli, e il gruppo avanzava con il passo sicuro di chi sente che tutto è sotto controllo.
Poi la montagna ha cambiato voce.
Prima un’ombra, poi un’altra, poi un cielo che si chiude come una coperta pesante. L’aria è diventata immobile, il bosco ha sospeso ogni suono. Ed è iniziata la grandine. Piccola come granelli di zucchero, poi sempre più forte, più rumorosa, più viva. In pochi minuti il sentiero era un tappeto bianco che ricopriva il muschio smeraldo, le foglie brune, la terra scura, trasformando il bosco in un luogo quasi irreale.
I ragazzi, sorpresi ma preparati, hanno tirato fuori mantelle, cappelli, guanti, ombrelli. Niente panico, niente confusione. Solo la dimostrazione pratica di ciò che la montagna insegna ogni volta che può: non esiste cattivo tempo, esiste cattivo equipaggiamento.
Più tardi, sotto la tettoia, mentre mangiavano vicini e commentavano tra un morso e un cavallo che passava, è arrivata una domanda che non capita ogni giorno.
Professore, nella vita come in montagna qual è il nostro equipaggiamento? Quello che ci impedisce di essere colti impreparati dal temporale, dal buio improvviso, dal sentiero che si perde.
Una domanda così semplice da essere profondissima. E mentre gli altri parlavano, ridevano, giocavano, una vocina si è fatta strada senza chiedere permesso.
Studiare, prof. Studiare, imparare, conoscere.
L’ha detto senza ostentazione, come se fosse ovvio. E in fondo lo è. Perché è l’unico equipaggiamento che ti salva davvero, quello che ti permette di camminare anche quando il tempo cambia, anche quando tutto si fa più difficile.
E proprio in quel momento la magia della giornata si è intrecciata con qualcosa di ancora più grande.
Sul Pellecchia, da più di sessant’anni, riposa parte della carlinga di un piccolo bimotore che nel 1960, dopo aver filmato l’apertura delle Olimpiadi di Roma, è stato sorpreso da un tempo simile al nostro. Le nuvole, la potenza del vento, la montagna che decide. L’aereo ha colpito la parete ed è caduto lì. E lì è rimasto, come un frammento di memoria che nessuno ha voluto cancellare.
In cima, sulla Croce del Pellecchia, una lapide ricorda a tutti gli uomini che, girando per il mondo, si sono dovuti fermare davanti alla forza della natura. Non una condanna. Un monito. Un invito. Un richiamo.
La montagna insegna. Sempre.
E ti dice, con la pazienza severa delle cose vere, che il momento di diventare Pinocchio — quello vero, quello che prende coscienza — arriva per tutti.
E forse è questa la lezione più grande: la montagna non ti chiede di essere il più forte, ma di essere presente. Di guardare dove metti i piedi, di ascoltare il vento, di scegliere come reagire. Perché nella vita, come sul sentiero, non esiste sicurezza senza consapevolezza, non esiste libertà senza responsabilità. E chi impara a camminare nella tempesta non avrà paura di nessuna strada. Né quassù, né altrove.
Prof.ssa Verginia Bernardini










